(Seconda parte)
L’UOMO NELLA CHIESA
Da credente
Naturalmente l’uomo che serve Iddio non deve “lasciare a casa” il buon comportamento che tiene nella Società ed, ipocritamente, assumerne un altro nel momento in cui entra in Chiesa ma, a seconda del ruolo a lui assegnato da Dio, completare se stesso nel servizio e nelle responsabilità che a lui fanno carico.
Nel capitolo 4 di Efesini troviamo almeno 40 consigli che un credente deve seguire dentro la chiesa e fuori di essa.
Molti credenti (?) sfiorano la perfezione di santità in Chiesa ma una volta fuori di essa …, fra la gente del mondo o a casa, la loro vita tutto rispecchia tranne quella di Cristo.
Non si rendono conto che così facendo si auto classificano fra i “Farisei ipocriti”.
La pessima testimonianza che danno alle persone “di fuori” ha lo stesso risultato evidenziato da questa Parola, perché anche di loro si può dire:
“Ma guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, perché serrate il regno de' cieli dinanzi alla gente; poiché, né vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare” (Matteo 23:13).
Al credente viene chiesta principalmente coerenza tra la Parola che porta e le azioni che compie.
Come può un credente dire di amare il fratello (sapendo che se ama il fratello, egli ama il Signore) se poi ne evita lo sguardo, gli sorridere ironicamente, parla male di lui, riferisce subito ad altri le parole che gli ha sentito dire alterandole e/o facendo delle improprie e maligne aggiunte?
I delatori non sono graditi a Dio.
Un credente non può insidiare o mettere a rischio l’onore di alcuna persona, anzi è scritto:
“Quanto all'amor fraterno, siate pieni d'affezione gli uni per gli altri; quanto all'onore, prevenitevi gli uni gli altri” (Romani 12:10).
(Purtroppo spesso succede che questa Parola viene disattesa!)
Quando poi a comportarsi così siano “anziani” o “diaconi”, questo grave comportamento dovrebbe essere subito censurato e dovrebbe essere presi nei loro confronti dal Pastore locale opportuni provvedimenti.
Partecipazione ai culti
La partecipazione ai culti da parte di ogni credente dovrebbe avvenire con gioia, gustando egli i momenti di comunione fraterna, partecipando ai cantici con il giusto tono di voce che non sopravanzi quella degli altri e, soprattutto, accordando la voce al proprio cuore, perché da esso proviene la lode che Iddio gradisce.
Cantare solo con la voce a nulla serve! Anche a questo proposito oggi vale quanto dice la Scrittura:
“Ma Gesù disse loro: Ben profetò Isaia di voi ipocriti, com'è scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il cuor loro è lontano da me” (Marco 7:6).
Nella preghiera comunitaria:
- non si dovrebbero innalzare lunghe ed interminabili preghiere che turbano lo spirito dei presenti;
- non si dovrebbe usare l’io ma il noi per con cadere in momenti di vanto di se stessi o di orgoglio;
- bisognerebbe dare spazio ad altri senza essere sempre il primo ad iniziarla;
- … pregare solo se sospinti dallo Spirito Santo della cui presenza ci si accorge perché sembra che il cuore stia per scoppiare.
Nell’esercitare i vari ministeri
Bisognerebbe aspettare che sia lo Spirito di Dio, dentro il cuore di ciascuno di noi, a dare inizio ad ogni cosa, alla testimonianza, alla profezia, alla predicazione ed all’uso di altri doni, in modo che tutto avvenga sotto la Sua guida e per l’edificazione di ciascuno.
Come è scritto:
“Che dunque, fratelli? Quando vi radunate, avendo ciascun di voi un salmo, o un insegnamento, o una rivelazione, o un parlare in altra lingua, o una interpretazione, facciasi ogni cosa per l'edificazione.
Se c'è chi parla in altra lingua, siano due o tre al più, a farlo; e l'un dopo l'altro; e uno interpreti; e se non v'è chi interpreti, si tacciano nella chiesa e parlino a se stessi e a Dio.
Parlino due o tre profeti, e gli altri giudichino; e se una rivelazione è data a uno di quelli che stanno seduti, il precedente si taccia” (I Corinzi 14:26-30).
La puntualità al culto
La puntualità è un’altra caratteristica che Dio richiede ai credenti.
Sapere che il Signore è presente nella comune adunanza e giungervi costantemente con ritardo significa averla realizzata solo dal punto di vista formale.
Nulla può e deve impedire ad un uomo di presentarsi con puntualità (o, come sarebbe preferibile, con anticipo) all’adunanza dov’è presente il Signore!
Se non riusciamo a farlo, è perché diciamo solo a parole “Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica” (Filippesi 4:13)!
Il saluto fraterno
Il saluto che giustamente si usa nelle chiese cristiane si estrinseca con la parola “pace” come ci ha insegnato il Signore, possiamo constatarlo esaminando la Scrittura:
“Or mentr'essi parlavano di queste cose, Gesù stesso comparve in mezzo a loro, e disse: Pace a voi!” (Luca 24:36; Giovanni 20:20, 21,26).
Si deve usare questo saluto anche quando entriamo in una qualsiasi casa:
- “In qualunque casa sarete entrati, dite prima: Pace a questa casa!” (Luca 10:5).
- “E quando entrerete nella casa, salutatela. E se quella casa n'è degna, venga la pace vostra su lei: se poi non ne è degna la vostra pace torni a voi” (Matteo 10:12,13)
Ed anche quando scriviamo lettere:
- “a quanti sono in Roma, amati da Dio, chiamati ad esser santi, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo” (Romani 1:7).
Con questa parola”pace” il cristiano intende offrire agli altri ciò che egli ha ricevuto nel proprio cuore da Dio e da Gesù Cristo: la Pace, il secondo dono prezioso che l’uomo realizza quando dentro in lui c’é il Regno di Dio, come dice la Parola:
“perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia,pace ed allegrezza nello Spirito Santo” (Romani 14:17).
Non salutare con amore, allontanarsi o allontanare un fratello perché da noi ritenuto petulante, noioso, antipatico, maleodorante, o con altre caratteristiche non piacevoli può essere considerato un atteggiamento cristiano?
Certamente NO.
Pensiamo a come siamo stati accolti da Cristo e come eravamo “pessimi” noi!
L’Amore deve essere il vincolo di unione con gli altri fratelli poiché, Gesù disse:
“Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35).
Il giudizio degli altri
Non mi stancherò mai di ripetere che è da evitare ogni forma di giudizio degli altri come esame di un processo per poi emettere un verdetto definitivo di condanna su altre persone.
Se notiamo in qualcuno dei “comportamenti”, delle “parole” o delle “dottrine” non conformi alla Parola, certamente non dobbiamo chiudere gli occhi disinteressandoci e non avvertendolo (sempre con amore), ma il nostro fine deve essere quello di farlo ravvedere, correggerlo ed istruirlo per il suo bene, comunque, bisogna evitare di emettere un verdetto che lo “bolli” definitivamente in modo negativo.
Quanto poi a giudicare i fratelli deboli nella fede dobbiamo fare molta più attenzione perché dal giudizio si passa facilmente alle dispute e con queste daremmo agli altri solo una cattiva testimonianza.
La Parola ci dice:
“Quanto a colui che è debole nella fede, accoglietelo, ma non per discutere opinioni” (Romani 14:1).
Ed ancora:
“Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio; infatti sta scritto: Com'io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me, ed ogni lingua darà gloria a Dio.
Così dunque ciascun di noi renderà conto di se stesso a Dio.
Non ci giudichiamo dunque più gli uni gli altri, ma giudicate piuttosto che non dovete porre pietra d'inciampo sulla via del fratello, né essergli occasione di caduta” (Romani 14:10-13).
L’uso dei ministeri e dei carismi
Dice la Parola:
“Or vi è diversità di doni, ma v'è un medesimo Spirito.
E vi è diversità di ministeri, ma non v'è che un medesimo Signore.
E vi è varietà di operazioni, ma non v'è che un medesimo Iddio, il quale opera tutte le cose in tutti.
Or a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l'utile comune” (I Corinzi 12:4-7)
Il credente che ha ricevuto un particolare ministerio deve esercitarlo in tutta umiltà perché non gli è stato concesso da Dio senza motivo ma affinché la chiesa (il corpo di Cristo) sia edificata.
Dice, infatti, la Parola:
“Ed è lui che ha dato gli uni, come apostoli; gli altri, come profeti; gli altri, come evangelisti; gli altri, come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi, per l'opera del ministerio, per la edificazione del corpo di Cristo, finché tutti siamo arrivati all'unità della fede e della piena conoscenza del Figliuol di Dio, allo stato d'uomini fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo; affinché non siamo più dei bambini, sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina, per la frode degli uomini, per l'astuzia loro nelle arti seduttrici dell'errore,
ma che, seguitando verità in carità, noi cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo” (Efesini 4:11-15).
Anche il carisma o i carismi ricevuti devono essere messi a disposizione di tutta la chiesa perché dati “per l’utile comune” come abbiamo visto (in I Corinzi 12:7).
È importantissimo che ciascuno rimanga nel ruolo specifico che gli si addice per il ministerio o carisma ricevuto.
Molte volte si nota nella chiesa che chi ha ricevuto un dono (intendendo con tale termine voler dire un ministerio o un carisma) da parte di Dio non lo usa perché qualcuno lo ha contristato nello Spirito o lo ha relegato ad un ruolo inutile e non consono al dono ricevuto, mentre altri, che non hanno alcun dono, esercitano ministeri o carismi “fantasma” con grave danno per l’edificazione della chiesa.
Per questa anomalia, che avviene spesso nelle comunità cristiane, il Pastoredeve, esercitando la “vigilanza” ed il “discernimento”, evitare assolutamente che succeda, incoraggiando colui al quale Dio ha dato un dono per l’utile comune a condividerlo con gli altri e facendo capire a chi ancora non ne abbia ricevuto che non deve vivere nell’esaltazione di se stesso ma pregare e restare in attesa di riceverlo.
I doni del Signore che i credenti ricevono contraddistinguono il servizio che ciascuno di loro deve svolgere.
L’esempio delle membra diverse appartenenti ad un medesimo corpo ci chiarisce il concetto che vogliamo esaminare:
“E infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra”
Se il piè dicesse: Siccome io non sono mano, non son del corpo, non per questo non sarebbe del corpo.
E se l'orecchio dicesse: Siccome io non son occhio, non son del corpo, non per questo non sarebbe del corpo.
Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l'udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l'odorato?
Ma ora Iddio ha collocato ciascun membro nel corpo, come ha voluto.
E se tutte le membra fossero un unico membro, dove sarebbe il corpo?
Ma ora ci son molte membra, ma c'è un unico corpo;
e l'occhio non può dire alla mano: Io non ho bisogno di te; né il capo può dire ai piedi: Non ho bisogno di voi.
Al contrario, le membra del corpo che paiono essere più deboli, sono invece necessarie;
e quelle parti del corpo che noi stimiamo esser le meno onorevoli, noi le circondiamo di maggior onore; e le parti nostre meno decorose son fatte segno di maggior decoro,
mentre le parti nostre decorose non ne hanno bisogno; ma Dio ha costrutto il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava,
affinché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre.
E se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; e se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui.
Or voi siete il corpo di Cristo, e membra d'esso, ciascuno per parte sua.
E Dio ha costituito nella Chiesa primieramente degli apostoli; in secondo luogo dei profeti; in terzo luogo de' dottori; poi, i miracoli; poi i doni di guarigione, le assistenze, i doni di governo, la diversità delle lingue.
Tutti sono eglino apostoli? Son forse tutti profeti? Son forse tutti dottori? Fan tutti de' miracoli?
Tutti hanno eglino i doni delle guarigioni? Parlan tutti in altre lingue? Interpretano tutti?
Ma desiderate ardentemente i doni maggiori. E ora vi mostrerò una via, che è la via per eccellenza” (I Corinzi12:14-31).
Se consideriamo l’armonia e la completezza di un corpo umano, fornito di membra che assolvono funzioni diverse ma tutte utili ed indispensabili per la perfetta vita dell’uomo, notiamo che ciascun membro è perfetto solo per la funzione per la quale è stato creato da Dio.
Così i piedi servono benissimo e sono perfetti nella funzione del “camminare” mentre sarebbero ridicoli ed inefficienti se dovessero servire per sbucciare una mela o per fare qualsiasi altra cosa che può essere naturalmente fatta con le mani.
Ciò che abbiamo detto per le membra del corpo umano vale anche nel campo spirituale per il corpo di Cristo che è la Chiesa.
Così, ad esempio, un membro del corpo che abbia il dono del discernimento (occhi) voglia fare il profeta o il predicatore (bocca) risulta fuori ruolo con danni per se stesso e per gli altri.
Oggi sono in molti a voler fare la bocca (predicatore o dottore) e pochi a voler essere braccia (dono di governo e di assistenza)!
Quando un credente esercita un dono che non ha, ciò risulta sempre molto evidente per chi è cresciuto nella fede mentre per i neofiti potrebbero derivarne danni; per questo il Pastore locale deve intervenire facendo rientrare nel giusto ruolo il credente che si è spinto al di là e confortarlo dicendogli che non ci sono membra più onorevoli degli altri, che tutte sono indispensabili, anche quelle più deboli, e che può giustamente aspirare ad avere doni sempre maggiori percorrendo la via indicata dal Signore, la Carità.
Come Diacono
Questo nome caratterizzava il compito affidato per la prima volta a sette uomini, pieni di Spirito Santo e di sapienza di cui si aveva buona testimonianza (come vedremo in seguito).
I doveri del Diacono
Dice la Scrittura:
“ E i dodici, raunata la moltitudine dei discepoli, dissero: Non è convenevole che noi lasciamo la parola di Dio per servire alle mense.
Perciò, fratelli, cercate di trovar fra voi sette uomini, de' quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, e che noi incaricheremo di quest'opera.
Ma quant'è a noi, continueremo a dedicarci alla preghiera e al ministerio della Parola.
E questo ragionamento piacque a tutta la moltitudine; ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselito di Antiochia; e li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani” (Atti 6:2-6).
Come abbiamo letto, essi avevano il compito di servire alle mense affinché gli Apostoli potessero dedicarsi interamente alla preghiera ed al ministero della Parola.
Notiamo che essi (diaconi) furono eletti dall’assemblea (possiamo supporre, dopo aver pregato, come sempre facevano prima di fare ogni cosa, quindi, sotto l’unzione dello Spirito di Dio) e furono confermati per mezzo dell’imposizione delle mani dagli Apostoli.
Si nota, poi, dalla Scrittura che, oltre al servizio alla mensa ed a svolgere altre incombenze giornaliere materiali, alcuni di loro svolgevano anche il ministerio di evangelista (ad esempio Stefano e Filippo).
































































