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La Rivelazione

La Rivelazione

Antonio Strigari
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LA RIVELAZIONE

pubblicata da Antonio Strigari  

 

Un giorno, parlando io con un amico circa il significato della Parola del Signore, egli, sapendo che non ero cattolico poiché mi definivo solo “Cristiano”, mi disse con molta sincerità e cercando le parole con molta delicatezza :

“Scusami se ti faccio questa domanda, non vorrei offenderti ma è possibile mai che non abbiano capito niente della Bibbia cattolici studiosi, filosofi, uomini intelligenti con diverse lauree come Pio IX, papa Luciani, Pio XII ed invece avete capito voi quattro...?.

Oh...! ..scusami… stavo per dire qualcosa di offensivo..”

 

Dissi io : “continua non mi offendo”.

 

Titubando il mio amico continuò :

“Si, quattro ignoranti poco istruiti...scusa,.. non voglio riferirmi a te...?”

 

Il Signore mi venne in aiuto a tale domanda e mi diede da rispondergli :

“Ti rispondo, se anche tu mi dai la risposta a questa: E’ possibile mai che duemila anni fa, quando Gesù predicava sulla terra, scribi, farisei, dottori della Legge, uomini istruiti non abbiano capito né l’Evangelo né chi fosse Colui che lo predicava ed abbiano capito, invece, pescatori ed altra gente poco istruita ?”

Non ci fu bisogno di aggiungere altro, dal mio amico non arrivò alcuna risposta.    

 

Molti, infatti, pensano che se si è intelligenti e si studiano attentamente le Sacre Scritture (magari sotto la guida dei migliori teologi), si possa  capirne il significato ed afferrarne il vero senso, la vera e giusta interpretazione.

Quanto precede, secondo il concetto delle cose terrene, è giusto ma per le cose che appartengono a Dio non è così e scopriamone il perché con l’aiuto di Dio e della Sua Parola.

 

Gesù disse :

“Io ti rendo lode, o Padre, Signor del cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose ai savi e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli fanciulli.” (Matt. 11:25) e sempre nello stesso capitolo Gesù dice ancora : “... niuno conosce appieno il Padre, se non il Figliuolo e colui al quale il Figliuolo avrà voluto rivelarlo” (Matt. 11:27).

San Paolo disse nella sua lettera ai Galati :

“ ...io vi dichiaro che l’Evangelo da me annunziato non è secondo l’uomo; poiché io stesso non l’ho ricevuto né l’ho imparato da alcun uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo” (Gal.1:11,12).

Il profeta Isaia parlava per divina rivelazione rivolgendosi a Gerusalemme dicendo : “...l’Eterno degli eserciti me l’ha rivelato chiaramente....” (Is. 22:14).

 

Bisogna che Dio riveli all'uomo come e perché credere in Cristo Gesù. 

 

L’uomo che ancora non ha creduto in Cristo Gesù, se vuole servire il Signore, si trova prigioniero dell’osservanza della legge, e con le proprie forze nessuno è mai riuscito o riuscirà a farlo.

Egli si trova quindi nella condizione di voler con la propria mente osservare la Legge, mentre si accorge di non esserne capace perché privo di ogni forza capace di contrastare e vincere i desideri della carne (ved. Romani 7:25).

San Paolo confessa di trovarsi in questa situazione (che chiama “prigione di morte”) prima della liberazione ottenuta per mezzo di Cristo Gesù (ved. Romani 8:2).

Per fede in Cristo si riceve  questa liberazione dalla schiavitù “dell’osservanza della Legge”, infatti, la legge viene adempiuta in lui naturalmente per effetto della fede in Cristo Gesù) è necessario che creda in Cristo e riceva il dono dello Spirito Santo.

La fede in Cristo ci libera dalla custodia della Legge.

 

Possiamo avere la conferma di quanto anzidetto leggendo nella lettera di San Paolo ai Galati Capitolo 3  verso 23 - (si consiglia di leggerne tutto il contesto) -

 

Anche la stessa giustizia di Dio viene rivelata nell’Evangelo; come possiamo leggere : “Poiché io non mi vergogno dell’Evangelo; poiché esso è potenza di Dio per la salvezza di ogni credente; del Giudeo prima e poi del Greco; poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, secondo che è scritto: Ma il giusto vivrà per fede” (Rom. 1:16,17).

 

A Pietro fu rivelato dallo Spirito Santo di Dio che Gesù è il Cristo, il Figliuolo dell’Iddio vivente, come Gesù stesso gli disse :

“Tu sei beato, o Simone, figliol di Giona, perché non la carne e il sangue t’hanno rivelato questo, ma il padre mio che è nei cieli.”

Uno dei passi più significativi che trattano l’argomento in questione è, per me, contenuto nel secondo capitolo della prima lettera di San Paolo ai Corinzi; se leggiamo infatti dal versetto 9 in poi troviamo :

“Ma, come è scritto : Le cose che occhio non ha vedute, e che orecchio non ha udite e che non sono salite in cuor d’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che l’amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito ; perché lo spirito investiga ogni cosa, anche le cose profonde di Dio. Infatti, chi, fra gli uomini, conosce le cose dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui ? E così nessuno conosce le cose di Dio, se non lo Spirito di Dio. Or noi abbiamo ricevuto non lo spirito del mondo, ma lo Spirito che vien da Dio, affinché conosciamo le cose che ci sono state donate da Dio; e noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali. Or l’uomo naturale (razionale) non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché gli sono pazzia; e non le può conoscere, perché le si giudicano spiritualmente. Ma l’uomo spirituale giudica d’ogni cosa, ed egli stesso non è giudicato da alcuno. Poiché chi ha conosciuto la mente del Signore da poterlo ammaestrare ? Ma noi abbiamo la mente di Cristo.”

 

Iddio ci benedica e ci dia grazia di poter godere sempre della Sua rivelazione.

 

 

 

 Antonio Strigari

LA VIA....

LA VIA.... - DIO E' DIO!

La via, una parola così breve ma così importante.

L’uomo in qualunque posto decida di recarsi non può farlo se non conosce la via che dovrà percorrere.

In questo caso, di solito, prima di mettersi in cammino si studiano le carte stradali ed autostradali, si chiedono informazioni rivolgendosi a chi ne conosce il percorso e ne fornisce giuste informazioni, poi possibilmente (ed avvedutamente) ci s’incammina di giorno.

 

Dopo aver assunto informazioni sulla via prima di mettersi in viaggio, spesso sono necessarie molte altre notizie durante il viaggio, magari quando ci si trova ad un bivio sprovvisto delle necessarie segnalazioni e proprio lì ci si ferma ad aspettare che passi qualcuno (ecco perché si parte di giorno) per poter domandare quale via si debba percorrere.

 

Quante difficoltà per chi non conosce la via!

Difficoltà che non possono essere superate senza la necessaria conoscenza.

Ma anche quando l’uomo viene a conoscenza della via, se non si mette in cammino per essa e la percorre tutta, non può arrivare al traguardo.

 

Le cose  sopra dette sono tutte ovvie perché riguardano la vita materiale dell’uomo ma se le applichiamo alla vita spirituale, allora diventano spesso oggetto di contraddizioni.

Per il cristiano il traguardo, la meta da raggiungere, è il cielo ove ci riuniremo col Signore Gesù.

Ai discepoli, ai quali Gesù aveva detto:

 “ Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, ve l’avrei detto; io vo a prepararvi un luogo; e quando sarò andato e v’avrò preparato un luogo, tornerò, e v’accoglierò presso di me, affinché dove son io, siate anche voi; e del dove io vo sapete anche la via” (Giov. 14:1-4). 

 

Era chiaro che Gesù aveva fissato un luogo che loro dovevano raggiungere ma, non era altrettanto chiara la via per arrivarci, infatti Tommaso chiese a Gesù:

“ Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo saper la via?(Giov. 14:5).

Ed è dalla bocca del Divino Maestro che arriva a Tommaso (ed a noi) la giusta informazione, infatti Gesù rispose  :

Io sono la via, la verità e la vita ; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Giov. 14:6).

 

E’ Gesù, quindi, la via della salvezza per giungere a Dio.

 

Gesù (non una religione) é l’unica via e dobbiamo fare attenzione perché nella Sacra Scrittura possiamo leggere : “ V’è tal via che all’uomo par dritta, ma finisce per menare alla morte” (Prov. 14:12).

Ma come abbiamo osservato prima, non basta conoscere la via, bisogna incamminarsi per essa e percorrerla tutta fino in fondo per raggiungere la meta : Dio.

 

Nella bibbia (la Parola del Signore) troviamo : “ Ascolta, figliuol mio, sii savio, e dirigi il cuore per la diritta via” (Prov. 23:19).

Molti ci provano pure ma, conducendo il proprio cuore lungo questa via, tanti si smarriscono perché :

1.  non osservano gli avvertimenti del Signore,

2.  non si fermano a chiedere consigli in caso di dubbi a Colui che  può rispondere con il Suo Spirito Santo,

3.  seguono il loro discernimento,

4.  si stancano,

5.  si voltano indietro.

 

Ed allora come fare?

È chiaro, per chi ha provato a seguire la diritta via con le proprie forze, che l’insuccesso è immancabilmente arrivato e questo perché ha fatto affidamento sulle proprie forze e sul proprio discernimento.

Consideriamo quello che la Parola ci dice : “ e quando andrete a destra o quando andrete a sinistra, le tue orecchie udranno dietro a te una voce che dirà : ‘Questa è la via; camminate per essa !’ (Is. 30:21).

 

Bisogna quindi che nel proprio cuore si senta questa voce di avvertimento e di discernimento che proviene dal Signore, perciò bisogna far entrare il Signore nel nostro cuore prima di intraprendere il viaggio.

 

E’ scritto : “ Ecco, io sto alla porta e picchio : se uno ode la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli meco” (Apo. 3:20).

Se apriamo il nostro cuore al Signore, se vogliamo lasciare la guida della nostra vita nelle Sue mani, se vogliamo usufruire dei Suoi consigli, certamente arriveremo alla Santa meta.

 

Aprire il cuore al Signore significa riceverlo nella nostra vita come nostro personale Signore e Salvatore, abbandonando la nostra vita di empietà.

 

Coloro i quali non vogliono abbandonare la propria vita considerino quanto dice Gesù: “Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amore mio, la troverà. E che gioverà egli a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l’anima sua? o che darà l’uomo in cambio dell’anima sua?” (Matt. 16:25,26) .

 

A chi non ha ancora conosciuto ed accettato nel proprio cuore il Signore Iddio si rivolge con queste parole :

”La voce d’uno grida : ‘ Preparate nel deserto la via dell’Eterno, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio ! Ogni valle sia colmata, ogni monte ed ogni colle siano abbassati; i luoghi erti livellati, i luoghi scabri diventino pianura. Allora la gloria dell’Eterno sarà rivelata, e ogni carne, ad un tempo la vedrà; perché la bocca dell’Eterno l’ha detto ‘ (Is. 40:3,4,5).

 

Bisogna quindi preparare nel deserto del proprio cuore la via al Signore, togliendo gli impedimenti dei dubbi e delle nostre tradizioni, che sono come frane e massi su un sentiero, appianando la strada nei luoghi aridi (nel nostro cuore, arido perché senza la fresca acqua che procede da Dio e che dà pace), abbassando ogni colle di superbia e di orgoglio e colmando ogni lacuna di conoscenza delle vie del Signore.

 

Allora il Signore verrà nel nostro cuore e ci condurrà, ammaestrandoci, sulla giusta Via.

 

Il Signore dice agli uomini :

“Le vostre vie non sono le mie vie” (Is. 55:8).

Ed ancora :

“ Egli ci ammaestrerà intorno alle sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri” (Is. 2:3).

Una delle preghiere del salmista è :

“ o Eterno, fammi conoscere le tue vie” (Sal. 25:4) ed il Signore risponde sempre a questa preghiera (come possiamo leggere):

 “Tu m’hai fatto conoscere le vie della vita” (Atti 2:28) e ci mostra Gesù, la Via, quella Via che anche San Paolo perseguitò a morte, prima di conoscerla bene (sulla strada di Damasco) per rivelazione diretta da parte di Gesù, come dice : ”..perseguitai a morte questa Via, legando e mettendo in prigione uomini e donne,” (Atti 22:4).

E San Paolo poté insegnarla bene al carceriere di Filippi, che ai piedi di Paolo e di Sila chiese cosa doveva fare per essere salvato, rispondendogli assieme a Sila: “ Credi nel Signor Gesù, e sarai salvato tu e la casa tua” (Atti 16:31).

 

Credere in Gesù non significa avere la consapevolezza di un fatto storico ma accettare nella propria vita la Sua persona.

 

Il mistero di Dio è manifestato ai santi come dice la scrittura : “ che è Cristo in voi, speranza della gloria;” (Col. 1:27). 

“Se uno dunque è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie son passate: ecco, son diventate nuove.” (II Cor. 5:17).

 

Credere in Gesù significa ancora dimorare in lui come l’unzione dello Spirito Santo ci ha insegnato.

“..Dimorate in Lui come essa ci ha insegnato” (I Giov. 2:27).

 

Credere in Gesù vuol dire obbedire alla Sua parola che ci raccomanda ....”Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me” (Giov. 15:4).

 

Noi in Cristo ed Egli in noi.

 

La Via al Santuario è stata inaugurata da Gesù Cristo per noi con il suo sangue  come è scritto:

“Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel Santuario per il sangue di Gesù, per quella Via recente e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso la cortina, vale a dire la sua carne, e avendo noi un  gran Sacerdote sopra la casa di Dio, accostiamoci di vero cuore, con piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi di quell’aspersione che li purifica dalla mala coscienza, e il corpo lavato con acqua pura. Riteniamo fermamente la confessione della nostra speranza, senza vacillare; perché fedele è colui che ha fatte le promesse” (Eb. 10:19-23).

 

In Cristo Gesù, l’uomo è chiamato all’eterna gloria di Dio.

Come ci dice la scrittura :

“Ora l’Iddio d’ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua eterna gloria in Cristo, dopo che avrete sofferto per breve tempo, vi perfezionerà Egli stesso, vi  renderà saldi, vi fortificherà” (I Pietro 5:10).

 

Iddio ci benedica.

 Antonio Strigari

 

 

 

 

 

 

 

 

 Lettura da: Isaia

1:16 Lavatevi, purificatevi, togliete d'innanzi agli occhi miei la malvagità delle vostre azioni; cessate del far il male;

1:17 imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l'oppresso, fate ragione all'orfano, difendete la causa della vedova!

1:18 Eppoi venite, e discutiamo assieme, dice l'Eterno; quand'anche i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diventeranno bianchi come la neve quand'anche fossero rossi come la porpora, diventeranno come la lana.

1:19 Se siete disposti ad ubbidire, mangerete i prodotti migliori del paese;

1:20 ma se rifiutate e siete ribelli, sarete divorati dalla spada; poiché la bocca dell'Eterno ha parlato.

 

Di tutti i precedenti versetti di solito viene richiamato alla mente e predicato solo il diciottesimo, senza dare la necessaria importanza alla prima parola “Eppoi”.

Si pone l’enfasi del contenuto sul perdono di Dio “quand'anche i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diventeranno bianchi come la neve quand'anche fossero rossi come la porpora, diventeranno come la lana” ma, come vedremo, per goderne dobbiamo anche considerare ancora qualcosa.

Nei primi versetti di questo capitolo possiamo individuare il destinatario di questo messaggio divino e capirne il motivo. Il popolo d’Israele si è corrotto, ha abbandonato Iddio ed è caduto nel peccato più profondo e Gerusalemme è stata  paragonata a Sodoma e Gomorra.

A nulla è valsa la correzione che Iddio ha messo in atto per correggere il Suo popolo e adesso Dio, in quella condizione, non è disposto ad ascoltarli più ed a volgere verso di loro il Suo sguardo.

 Terribile condizione!

Poi, un ultimo appello, come contenuto nei versetti 16 e 17:

“Lavatevi, purificatevi, togliete d'innanzi agli occhi miei la malvagità delle vostre azioni; cessate del far il male; imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l'oppresso, fate ragione all'orfano, difendete la causa della vedova!”

 

Questo appello, forse “ultimo appello”, oggi è rivolto a noi, come domani sarà rivolto a quelli che domani lo ascolteranno, così negli anni successivi, perché la Parola del Signore è per sempre ed eterna!

 

Ascoltiamo il Signore:

  1. riconosciamo le nostre iniquità;
  2. laviamoci con il sangue di Gesù;
  3. purifichiamoci con la preghiera;
  4. abbandoniamo la malvagità e le concupiscenze del nostro cuore di pietra;
  5. cessiamo di compiere il male (oggi abbiamo questa forza ricevuta per grazia in virtù del sacrificio di Cristo);
  6. impariamo, ascoltando la voce dello Spirito, a fare il bene;
  7. cerchiamo la Sua giustizia.

 

E POI … POI … POI …, “venite, e discutiamo assieme, dice l'Eterno; quand'anche i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diventeranno bianchi come la neve quand'anche fossero rossi come la porpora, diventeranno come la lana”.

 

Iddio ci benedica.

 

 

 

La lotta di Giacobbe- e il torrente Iabbok)

 Un breve riepilogo:

Nel capitolo 31 del libro della Genesi Giacobbe abbandona furtivamente la terra di Labano, suo suocero, e s'incammina, secondo il consiglio di Dio (Ved. Es. 31:3 e 31: 13), verso la sua terra natale Canaan.

Superato il fiume Eufrate, Giacobbe si dirige verso il monte di Galaad ai piedi del quale scorre il torrente Iabbok.

Proprio presso questo monte Giacobbe viene raggiunto da Labano, da questi rimproverato per la strana fuga, senza commiato, che non gli aveva consentito di abbracciare le sue figliole ed accusato, anche, del furto degli dei domestici che gli appartenevano.

Giacobbe si scusa (palesando, ancora una volta, la sua indole paurosa) dicendo che temeva di non poter portare con sé le sue mogli (Lea e Rebecca, figlie di Labano) ed infine, dopo aver chiarito molte cose, concluse il colloquio con un patto di riappacificazione ed un sacrificio all'Eterno.

Nel capitolo 32 dello stesso libro Giacobbe continua il suo cammino verso Canaan portando con sé l'ansia e la paura dell'incontro imminente con suo fratello Esaù.

Egli immaginava quale odio ed ira potessero risiedere nel cuore di suo fratello le cui ultime espressioni nei suoi riguardi erano state minacce di morte.

Esaù, infatti, così si era espresso "I giorni del lutto di mio padre si avvicinano; allora ucciderò il mio fratello Giacobbe" (Gen. 27:41).

Giacobbe sapeva bene ciò che aveva fatto a suo fratello, come, con la complicità di sua madre, lo aveva soppiantato nella primogenitura (secondo il suo nome, Giacobbe infatti significa  "soppiantatore") travestendosi in modo che a suo padre Isacco sembrasse Esaù e mentendo spudoratamente quando gli chiese chi fosse! (ved. Gen. 27:16-19) 

 

Per placare l'ira di suo fratello, Giacobbe gli aveva mandato dei messi con la notizia delle sue molte ricchezze, a voler dire che non solo non aveva in alcun modo bisogno dei suoi beni ma che egli stesso poteva offrirgliene, ma i messi tornarono a riferirgli: "Siamo andati dal tuo fratello Esaù, ed eccolo che ti viene incontro con quattrocento uomini"(Es. 32:6)!

Tremenda notizia! Era evidente che Esaù non aveva aperto bocca davanti al messaggio di suo fratello e, soprattutto, il cuore.

La Scrittura dice: "Allora Giacobbe fu preso da gran paura ed angosciato;"(Gen. 32:7).

 

Come al solito prese subito le misure del caso (poiché egli  sapeva curare benissimo i propri interessi!)," divise in due schiere la gente ch'era con lui, i greggi, gli armenti, i cammelli, e disse: (Gen.32:7) "Se Esaù viene contro una delle schiere e la batte, la schiera che rimane potrà salvarsi" (Gen.32:8).

Tutte le sue astuzie e le sue strategie non bastavano a placare l'ansia che c'era nel suo cuore, aveva bisogno di un potente aiuto.

Poi Giacobbe disse: "O Dio d'Abrahamo mio padre, Dio di mio padre Isacco! O Eterno, che mi dicesti: Torna al tuo paese e al tuo parentado e ti farò del bene, io son troppo piccolo per esser degno di tutte le benignità che hai usate e di tutta la fedeltà che hai dimostrata al tuo servo; poiché io passai questo Giordano col mio bastone, e ora son divenuto due schiere.

Liberami, ti prego, dalle mani di mio fratello, dalle mani di Esaù; perché io ho paura di lui e temo che venga e mi dia addosso, non risparmiando né madre né bambini.

E tu dicesti: Certo, io ti farò del bene, e farò diventare la tua progenie come la rena del mare, la quale non si può contare da tanta che ce n'è" (Gen. 32:9-12).

 

Giacobbe vedeva il pericolo che incombeva su di lui, sulle sue mogli, sui suoi figli, sulle persone al suo seguito, sulle greggi, gli armenti, le mandrie di cammelli e su tutti i beni materiali che gli appartenevano conquistati con venti anni di duro lavoro.

Tutto rischiava di essere azzerato. A niente era valsa la sua astuzia, il suo saper fare per conquistarsi ciò che possedeva! Pure, ancora una volta prepara una sua strategia, invia un grosso dono a suo fratello suddiviso in più parti in modo che "gradatamente" intacchi e plachi la furia di suo fratello.

Giacobbe pensava: "Io lo placherò col dono che mi precede, e, dopo, vedrò la sua faccia; forse, mi farà buona accoglienza" (Gen. 32:20) .

La Scrittura dice ancora:

Così il dono andò innanzi a lui, ed egli passò la notte nell'accampamento (Ge. 32:21).

Era notte in quel momento ed era notte nel cuore di Giacobbe!

 

DOPO QUESTO RIEPILOGO CONSIDERIAMO ORA IN PARTICOLARE LA SEGUENTE SCRITTURA.

 

Dal libro Genesi.

32:22 E (Giacobbe) si levò, quella notte, prese le sue due mogli, le sue due serve, i suoi undici figliuoli, e passò il guado di Iabbok.

32:23 Li prese, fece loro passare il torrente, e lo fece passare a tutto quello che possedeva.

32:24 Giacobbe rimase solo, e un uomo lottò con lui fino all'apparir dell'alba.

32:25 E quando quest'uomo vide che non lo poteva vincere, gli toccò la commessura dell'anca; e la commessura dell'anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui.

32:26 E l'uomo disse: "Lasciami andare, ché spunta l'alba". E Giacobbe: "Non ti lascerò andare prima che tu m'abbia benedetto!"

32:27 E l'altro gli disse: Qual è il tuo nome?" Ed egli rispose: "Giacobbe".

32:28 E quello disse: "Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, poiché tu hai lottato con Dio e con gli uomini, ed hai vinto".

32:29 E Giacobbe gli chiese: "Deh, palesami il tuo nome". E quello rispose: "Perché mi chiedi il mio nome?"

32:30 E lo benedisse quivi. E Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, "perché", disse, "ho veduto Iddio a faccia a faccia, e la mia vita è stata risparmiata".

32:31 Il sole si levava com'egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dell'anca.

32:32 Per questo, fino al dì d'oggi, gl'Israeliti non mangiano il nervo della coscia che passa per la commessura dell'anca, perché quell'uomo avea toccato la commessura dell'anca di Giacobbe, al punto del nervo della coscia.

Questo passo della Scrittura viene spesso definito come "la lotta di Giacobbe".

 

 

PREMESSA

 

Giacobbe in quella notte lotta con un uomo (il testo ebraico dice "una persona" e non un uomo) che appare dal nulla, non faceva parte della sua gente, non era un uomo di Labano rimasto nascosto nel suo accampamento, non era un abitante del monte Galaad poiché quel monte era disabitato.

La Scrittura ci dice per bocca di Giacobbe che quella "persona" che lottò con lui era Dio (ved. versetto 30) ma non ci spiega il motivo di quella lotta.

Noi, ora, con l'aiuto di Dio mediteremo su questa "strana" lotta e cercheremo di capirne il significato spirituale.

 

 

 

COMMENTO

Partiamo dallo stato d'animo di Giacobbe in quella notte quando, come è scritto nei primi versetti della Scrittura su citata, Giacobbe: "…si levò, quella notte, prese le sue due mogli, le sue due serve, i suoi undici figliuoli, e passò il guado di Iabbok.

Li prese, fece loro passare il torrente, e lo fece passare a tutto quello che possedeva. Giacobbe rimase solo …" (Gen.32:22-24)

In questa solitudine il suo animo pieno di paura e sconforto raggiunge la sua agonia!

Se pensiamo ad un'altra notte, molto più recente, quella che Gesù trascorse nel Getsemani, quando pieno di angoscia e di paura egli lottò con le sue preghiere per vincere se stesso e fare a pieno la volontà del Padre, allora comprendiamo il termine "agonia".

L'evangelista Luca ci dice;

"Ed essendo in agonia, egli pregava vie più intensamente; e il suo sudore divenne come grosse gocce di sangue che cadevano in terra." (Luc. 22:44)

 

Ed è questa "agonia" la "lotta di Giacobbe", il voler morire a se stesso per vivere in Dio nelle Sue promesse!

Questo termine "agonia" deriva dalla parola greca "sunagonisasthai" che significa "combattere".

Paolo nella sua lettera ai Romani si esprime con il verbo "combattere" riferendolo alle preghiere:

 "Ora, fratelli, io v'esorto per il Signor nostro Gesù Cristo e per la carità dello Spirito, a combatter meco nelle vostre preghiere a Dio per me," (Rom. 15:30)

 

- Textus Receptus:

" parakalo de umas adelphoi dia tou kuriou emon Jesou Christou kai dia tes agapes tou pneumatos sunagonisasthai moi en tais proseuchais uper emou pros ton theon" (Rom. 15:30).

 

Giacobbe combatteva con Dio con le sue preghiere.

Il profeta Osea ci dice in proposito:

"…lottò con l'angelo, e restò vincitore; egli pianse e lo supplicò. …" (Osea 12:5)

Altre versioni dicono meglio: "in quella notte Giacobbe ha domandato grazia, ha pregato"

 

La preghiera che Dio gradisce non è quella che esce dalla bocca, ripetitiva e fredda, ma quella che scaturisce da un cuore che, in lotta con se stesso contro la propria fredda ragione e contro le evidenze della vita terrena, cerca la faccia di Dio e la Sua benedizione mettendo tutta la propria fiducia nelle promesse divine.

 

Quando noi lottiamo così per conquistare la benedizione di Dio, Egli lotta con noi affinché il nostro uomo vecchio corrotto si arrenda e muoia e nasca quello nuovo che va rinnovandosi ad Sua immagine.

 

La determinazione nella lotta di Giacobbe ci rivela la sua fede.

"e quando quest'uomo (meglio, come già detto, questa persona, Iddio) vide che non lo poteva vincere, gli toccò la commessura dell'anca; e la commessura dell'anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui."

Giacobbe non si arrendeva, continuava nella lotta con le sue preghiere, egli sapeva che, alla fine, Iddio lo avrebbe benedetto e così fu.

 

Nella sua lotta con Dio Giacobbe uscì vincitore non perché sottomise Iddio a sé ma, al contrario, perché sottomise il proprio "Io" a Dio.

 

La resa di Giacobbe è contenuta nella dichiarazione del proprio nome a Dio.

E l'altro gli disse: Qual è il tuo nome?" Ed egli rispose: "Giacobbe". (Gen.32:27)

 

Giacobbe nel dichiarare il suo nome ammette la resa (come la cultura dell’epoca ci insegna, confessare all’altro il proprio nome significava consegnarsi, mettersi nelle sue mani), si confessa a Dio e dice in sostanza: "Sono il soppiantatore, colui che ha ingannato suo padre ed ha rubato la benedizione della primogenitura a suo fratello".

 

Ma, come sempre, quando uno si arrende a Dio non trova una punizione bensì una benedizione.

 

Giacobbe nella sua lotta e nella sua confessione morì e nacque Israele, Dio infatti gli disse:

"Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, poiché tu hai lottato con Dio e con gli uomini, ed hai vinto" (Gen 32:28)

Israele (termine che significa "contendere con Dio" o "il principe che prevale con Dio") era nato, un uomo ma anche un popolo chiamato con tale nome aveva avuto origine da quella lotta.

 

Giacobbe provò a domandare il nome a Colui che sapeva essere divino e soprannaturale ma la risposta che ebbe fu:  "Perché mi chiedi il mio nome?"(Vers. 29), Dio rimane nel mistero, totalmente incomprensibile agli uomini.

La lotta è finita, Dio (come ci dice il versetto 30) "… lo benedisse quivi. E Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, "perché", disse, "ho veduto Iddio a faccia a faccia, e la mia vita è stata risparmiata".

 

Peniel (da Peni-El che significa "faccia di Dio" o "davanti a Dio").

 

Poi ci appare un nuovo, bellissimo scenario, tutto racchiuso nel versetto seguente:

Il sole si levava com'egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dell'anca. (Gen.32:31)

 

Consideriamolo dal punto di vista spirituale.

 

È l'alba di un nuovo giorno.

Il sole si è levato sulla nuova vita di Israele, la notte buia, la vecchia vita angosciosa, piena di paura e di preoccupazioni che la rendeva indegna di essere vissuta dall'uomo Giacobbe è passata.

Israele inizia, così, il suo nuovo cammino zoppicando, si, ma camminando con precauzione, scegliendo bene dove mettere i piedi nel cammino di questo mondo.

Egli non camminava più spedito, disinvolto e spregiudicato, come prima, nella sua vita, cercando solo il proprio interesse ingannando gli altri (Esaù e suo padre Isacco) e ricorrendo ad espedienti per arricchirsi (come aveva fatto per determinare a suo favore le nascite degli agnelli presso Labano).

Chi viene in una lotta simile con Dio non ne esce indenne, viene toccato e… cambia in meglio, non rimane come prima!

 

 

Ma ora, alla fine di questa meravigliosa storia, con profondi insegnamenti spirituali per noi, vogliamo considerare un fatto molto importante, quello, cioè, che ha reso possibile tutto questo (la lotta e la vittoria di Giacobbe): il guado del torrente Iabbok delle persone, animali e cose di Giacobbe (come descritto nei versetti 22 e 23 sopra riportati).

 

Il torrente Iabbok (o Jabbok).

 

Il nome Iabbok significa "che svuota".

Nasce nel deserto arabico ad Est del Giordano.

È il terzo affluente del fiume Giordano (da Sud) nel quale sfocia a circa 40 Km a Nord dell'ansa settentrionale del Mar Morto.

Per la gran parte del suo corso è perenne.

Oggi si chiama Zerka, cioè "azzurro" ma quando si pensa allo Iabbok non bisogna immaginarlo come un pittoresco alveo in cui scorrono pacifiche acque.

Il torrente scorre impetuoso e rapido e le sue acque sono molto pericolose quando è in piena.

 

Giacobbe, provenendo dalla Mesopotamia, iniziò certamente a seguirlo sin dalla sua origine nel deserto arabico fino al guado che lo portò sulle rive del Giordano.

Proprio presso il guado dello Iabbok, Giacobbe ebbe la lotta con Dio.

 

Come abbiamo già detto analizzando lo stato d'animo di Giacobbe, quest’ultimo, prima di lottare con Dio, fece una cosa la cui importanza non deve sfuggirci, perché è proprio quell'azione che gli consentì di trovarsi alla presenza di Dio ed iniziare la sua lotta per la vittoria, ripetiamo i versetti biblici: "…si levò, quella notte, prese le sue due mogli, le sue due serve, i suoi undici figliuoli, e passò il guado di Iabbok.

Li prese, fece loro passare il torrente, e lo fece passare a tutto quello che possedeva. Giacobbe rimase solo …" (Gen.32:22-24).

 

Ora, per considerare bene spiritualmente ciò, ricerchiamo il significato spirituale del torrente Iabbok.

 

Noi tutti siamo stati, siamo o saremo nelle condizioni di Giacobbe presso il guado dello Iabbok.

Siamo presso quel guado quando sentiamo la responsabilità delle cose che ci appartengono e/o ci interessano: moglie (o marito), figli, nipoti, parenti o altre persone delle quali cerchiamo di prenderci cura con tutte le nostra forze. Allora avvertiamo che il corso della nostra vita terrena è così insicuro e le nostre forze così deboli che ci sembra di avere davanti a noi un torrente impetuoso, da attraversare,  che può mettere in pericolo o far perire ogni cosa.

 

Davanti a quel torrente impetuoso della nostra incerta vita terrena i nostri pensieri ci tormentano con dubbi, ansie ed incertezze sul destino futuro di tutto ciò che ci appartiene ed interessa.

Il corso della vita dell'uomo che conta sulle proprie forze non somiglia al torrente Iabbok?

E, come dice il suo nome (Iabbok = che svuota), non ci sentiamo svuotati dentro e privi di ogni forza?

 

Quando nella vita di un uomo non ci sono le acque chete delle certezze ci sono quelle turbinose del dubbio angoscioso.

L'unico modo di far attraversare quelle acque a ciò che ti preme è riporlo al sicuro nelle mani di Dio, fidandoti del Suo aiuto e delle Sue promesse.

 

Solo se avrai questa fede in Lui e nel Suo Amore potrai dire di aver fatto guadare ai tuoi cari ed alle tue cose lo Iabbok dei dubbi e delle incertezze.

Se ti preoccupi non è perché conti sulle tue forze?

 

Se non hai fatto attraversare quelle acque a tutto ciò che vive con te, non potrai che vivere nel timore per tutto quello che di spiacevole potrebbe presentarsi per loro.

Se tutti i tuoi interessi per le cose terrene si trovano ancora nella tua mente davanti quelle acque turbinose del dubbio non puoi concentrare tutte le tue forze nella conquista della benedizione di Dio.

 

Fin tanto che i tuoi pensieri per tutto ciò che ti appartiene saranno rivolti al futuro incerto non puoi iniziare la lotta (preghiera), il dubbio e la paura sono il contrario della fede.

Vuoi fare, allora, come Giacobbe?

Fai, per fede, guadare quelle acque turbinose a tutto ciò che ti appartiene e, solo allora, pregando con tutto il tuo cuore, ti troverai alla presenza di Dio che, se a Lui ti arrenderai e confesserai le tue debolezze, vuole conquistarti, farti del bene e darti un nuovo nome, una nuova vita.

 

Iddio ti benedica e ti aiuti a maturare una decisione per il bene della tua vita.

 

 

Conosci Dio?

Conosci Dio?

Se non conosci Dio, non puoi né amarlo né temerlo.

 

Vuoi conoscerlo?

Cercalo con tutto il tuo cuore, come dice la Scrittura: “Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore” (Geremia 29:13) - (ved. anche Deuteronomio 4:29; Geremia 29:13,14).

 

Dove cercarlo?

In Cristo Gesù … “il quale è l'immagine dell'invisibile Iddio …” (Colossesi 1:15)“Poiché in lui si compiacque il Padre di far abitare tutta la pienezza” (Colossesi   1:19).

 

Vuoi veramente amarlo?

Ascolta, Gesù dice: “Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama;” (Giovanni 14:21).

 

Quanti e quali sono i comandamenti da osservare?

Uno solo: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. (Giovanni 15:12).

 

Cosa è il timore di Dio?

Come ci ha insegnato il nostro Signore praticare l’Amore. Con questo si osserva tutta la Legge di Dio. La Scrittura ci dice: “Il timore dell'Eterno è odiare il male;…” (Proverbi 8:13) e chi pratica l’Amore sta sempre lontano dal male.

 

 Conoscendo queste cose puoi:

  • amare Dio, perché puoi farlo attraverso il fratello, infatti la Parola dice: “Se uno dice: io amo Dio, e odia il suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama il suo fratello che ha veduto, non può amar Dio che non ha veduto” (I Giovanni 4:20);
  • Servirlo con tutto il tuo cuore: “… servendogli con tutto il vostro cuore e con tutta l'anima vostra” (Deuteronomio 11:13).

 

Se ami i fratelli:

  • il tuo cuore sarà reso sicuro, saprai di essere salvo, come dice la Scrittura: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (I Giovanni 3:14).
  • saprai di conoscere Iddio … “E da questo sappiamo che l'abbiamo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: io l'ho conosciuto e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo, e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, l'amor di Dio è in lui veramente compiuto” (I Giovanni 2:3-5).

 

Se conosci Iddio e Cristo Gesù hai vita eterna, dice la Scrittura:

“E questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo”  (Giovanni 17:3).

 

Iddio ti benedica.

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