buona in noi e vuol portarla a compimento fino al giorno che finalmente, dopo la liberazione, dopo il pellegrinaggio, dopo il Giordano varcheremo i confini del paese benedetto dell’eredità celeste, gloriosa ed eterna: Amen!
UN APPELLO
Questo modesto scritto è venuto alla luce durante le festività di fine d’anno, quindi durante i giorni di clamore, di movimento, di luci, di suoni che rappresentano quella cornice di solennità religiosa capace di suscitare la poesia di un giorno.
È uno spettacolo vivamente profano che si estrinseca più in motivi paganeggianti che non in elementi cristiani: è una classica manifestazione della “RELIGIONE DEL MONDO”. Purtroppo, durante questi giorni abbiamo di nuovo avuta la possibilità di constatare i successi di faraone sopra il popolo eletto che in una misura crescente sembra accettare le alettanti offerte del paese d’Egitto.
Durante i giorni del “risveglio” queste festività erano ignorate dal popolo di Dio o se erano ricordate, lo erano soltanto per sottolineare e vivere il significato profondo, il significato spirituale di esse. La chiesa ed il mondo non potevano avere una relazione ed una comunione attraverso quelle che sono soltanto profanazioni delle solennità ricordate.
Oggi i cristiani si sono messi “al passo col mondo”, e la celebrazione del Natale e delle altre festività che lo contornono ha acquistato un carattere identico a quello del “presente secolo”. In molti casi anzi l’associazione è perfetta perché i cristiani giungono a dividere la baldoria di questi giorni assieme ai loro congiunti inconvertiti.
Ecco i “presepi”, gli “alberi illuminati” carichi di motivi ornamentali, ecco la “festa dell’albero” e la “recita di natale”, ecco la tombolata, i giuochi d’azzardo, ecco il rumore, la confusione e le risate chiassose, le veglie, i banchetti disordinati, le ebbrezze… ecco tutto quello che un giorno era stato respinto ritornare trionfalmente nel mezzo di un popolo che vuole essere religioso, che vuole essere pentecostale, ma… non vuole rinunciare totalmente alle offerte piacevoli di un cortese faraone che gli offre una “religione addomesticata”.
A conclusione di questo scritto e in relazione a questa pagina isolata, vogliamo dedicare ai nostri fratelli un articolo sul Natale, scritto molti anni fa, perché possa servire a mettere più chiaramente in evidenza la differenza esistente fra la religione offerta dal diavolo e il messaggio che ci è stato dato da Gesù Cristo, il nostro Salvatore.
NATALE
“Non vi era luogo per loro” (Luca 2:7)
L’evangelista spinge la sua precisazione descrittiva fino alla scrupolosità e ci fa sapere che nell’albergo non vi era posto per Maria, per Giuseppe e neanche per il loro PICCOLO PRIMOGENITO.
I congiunti evidentemente trovarono asilo nella grande rimessa di una pubblica locanda ed il fanciullino trovò il suo primo letto in una mangiatoia, forse colma di fieno.
Se la descrizione di Luca avesse preceduto la nascita del bambino, avremmo potuto concludere che soltanto i coniugi di Nazareth non avevano potuto godere del beneficio di un albergo, ma poiché il testo sacro è meticolosamente esatto nel dirci che “per loro” non c’era posto includendo in quel plurale anche il piccolo Gesù, possiamo comprendere che soprattutto per quest’ultimo si deve notare il grande contrasto che appare fra la sua grande regalità ed il suo doloroso ingresso nel mondo.
Possiamo anzi notare che non c’era nulla di eccezionale nel fatto che due coniugi di condizioni economiche modestissime e giunti nei sobborghi di Gerusalemme in periodo di superaffollamento fossero stati respinti ai margini della competizione per gli alloggi.
Tutto al più sarebbe stato possibile scorgere in quell’episodio un quadro della dura battaglia sociale che divide le popolazioni di tutto il mondo in poveri e ricchi o in gaudenti e in sofferenti. Non c’era nulla di eccezionale, ripetiamo, nel caso di una povera famiglia operaia che non riesce ad ottenere una camera d’albergo, ma ben c’era qualche cosa di eccezionale nel fatto che il “Re” non trovasse accoglienza o albergo nella sua terra.
Non un re, ma il Re era venuto al suo popolo, ai suoi sudditi ed essi gli avevano negato un posto; non soltanto gli avevano negato un trono ma anche un posto, sia pure il più umile nell’ultimo fra gli alberghi di Gerusalemme.
“Non vi era luogo”. Il Natale non poteva essere accolto fra le moltitudini; non poteva essere posto all’ombta di un asilo accogliente o di un palazzo sontuoso: doveva rimanere nella stalla, nella mangiatoia…
Il piccolo, fanciullo passerà ancora per le vie del mondo picchiando alla porta di ogni albergo, MA NON TROVERA’ neanche un nido, neanche una tana. I suoi non vorranno riceverlo, ed egli avrà delle mense che non saranno sue e si rifuggerà in case che non gli apparterranno; cavalcherà sopra un puledro preso umilmente in prestito, morirà sopra un letto che sarà soltanto un patibolo e scenderà in una tomba che non gli appartiene… Egli continuerà ad essere Colui per il quale “non vi era luogo nell’albergo”.
Natale! Celebrazione dell’umiliazione; tripudio dell’annichilimento. VOI NON TROVERETE MAI IL NATALE NEI LUOGHI OVE GLI UOMINI HANNO CERCATO DI PORTARLO: fra le feste, in mezzo alle candeline colorate o sotto gli alberi carichi di doni. Voi non lo troverete sulle mense riccamente imbandite o nelle straduzze dei presepi artificiali; non lo troveremo neanche intorno alle stufe che accolgono fra le braccia del loro calore le famiglie spensierate ed un po’ inebriate dalle feste di dicembre. Non lo troverete neppure dentro le cattedrali rifulgenti nei loro ornamenti di oro o nei drappeggi dei loro apparati…
No, non troverete il Natale in nessuno di questi luoghi come non lo avreste potuto trovare in nessuna camera degli alberghi di Gerusalemme o di Betlem perché “non vi era luogo per Lui”.
Noi possiamo trovare e rivivere il Natale soltanto li, ove esso nacque: vicino alla mangiatoia!
Lontani da ogni grandezza umana, da ogni pensiero mondano. Divisi dal clamore disordinato di un popolo in confusione, noi potremo, nella stalla senza luce e senza gloria, contemplare in adorazione il “fanciullo che ci è nato”.
Senza bisogno di fare applicazioni mistiche o senza dare interpretazioni figurative, noi possiamo dare al nostro testo la fisionomia di un richiamo all’umiltà più profonda, alla sobrietà più sana, al rinunciamento più completo; li c’è il Natale, li c’è il glorioso Re.
In questi giorni, purtroppo, quasi tutti hanno smarrito il senso, il significato del Natale e per questo doloroso motivo vediamo sostituito lo spettacolo del Figlio di Dio che nasce in una stalla e viene adagiato in una mangiatoia con quello più coreografico e più vivace, ma meno reale e niente affatto sublime, di una solennità religiosa carica di fili d’argento e di fiocchi di bambagia.
No, non c’è posto per Lui; ed anche oggi tutto si accoglie e tutto si riceve, ma Il Re del cielo continua a rimanere li perché una torma di umili pastori possa essere guidata fino al suo letto dalla schiera celeste che salmeggia intorno al suo capo.
Vogliamo unirci ai guardiani veglianti del gregge? Vogliamo anche noi distogliere lo sguardo dallo spettacolo multicolore di questo mondo per volgerlo verso il povero ricetto di Betlem?
Prostriamoci nell’umiliazione ed adoriamo il Re che non ha avuto, che non ha e che non può avere un luogo nell’albergo di questo mondo!
Un messaggio per Te!
La tua vita è arida e il tuo tempo si consuma inutilmente lontano dalle realtà del Regno di dio. Non ti accorgi che la tua professione è stata adulterata dal mondo?
Il mondo ha una stanza nel tuo cuore ed invade la tua mente per manifestarsi nelle tue azioni e nelle tue parole; la tua “separazione” è ormai diventata soltanto un’idea; una di quelle false idee che formano il “credo” degli increduli.
Non sai che le formule dommatiche, come gli schemi liturgici, possono coesistere, ed anzi generalmente coesistono assieme alla morte spirituale? Perché ti sforzi di vivere nell’illusione di una realtà che ormai possiedi soltanto in figura?
La tua vita è arida perché non ospita più la presenza del Salvatore; il tuo cuore è tiepido perché sta esaurendo il calore della grazia divina e tu… continui a battere la tua strada religiosa come se la tua condizione si identificasse profondamente con la volontà di Dio. Tu vivi fuori dal piano celeste e la volontà di Dio non illumina più il tuo sentiero che ormai s’inerpica sui colli brulli o selvosi, ma sempre oscuri della carne e del peccato.
Non ti accorgi che lungo i margini della tua strada non ci sono più quelle fioriture spirituali che ti accompagnavano quando camminavi con Dio, nella strada di Dio? Erano, talvolta, fiorellini timidi, dall’olezzo tiepido e pudico, ma sempre, sempre allietavano il tuo cuore nel rinnovarti la certezza che il sentiero calcato era il sentiero di Dio. Non ti ricordi più delle dolci preghiere e degli attimi di rapimento che godevi nella comunione con Dio? Hai dimenticato per sempre il profumo ed il colore della santità e dell’amore?
La tua strada oggi è tenebrosa ed il pesante silenzio che incombe sul tuo incedere è rotto soltanto dagli urli del mondo o dal chiasso d’una mascheratura religiosa che vuole con il suo gracidare sostituire od imitare la sinfonia inarrivabile che vibra e risuona nella via di Dio: non sei veramente felice, ma t’illudi di esserlo; non hai più Cristo, ma continui a parlare di Lui e ti agiti per dimostrare che Lo possiedi.
Ti fregi ancora del più nobile titolo dell’eternità; ma a che serve qualificarsi “cristiano” quando il cristianesimo è soltanto un’ipocrita maschera di cartone? Non sei cristiano perché Cristo non è in te e tu non vivi in Cristo, anche se alcune regole morali che t’imponi e certi atteggiamenti che assumi sembrano “ricordare” la dottrina di Cristo.
Il cristianesimo è Cristo nel cuore ma tu dici: “SONO RICCO E SONO ARRICCHITO…” e sembra che non ti accorgi che “Egli” sta presso alla porta e picchia e picchia invano. Hai bisogno di “oro affinato col fuoco”, devi coprire la tua vergognosa nudità e devi far curare i tuoi occhi con un collirio, devi cioè entrare di nuovo nel cristianesimo ed il cristianesimo che è stato espulso deve fare il suo ingresso un’altra volta in te.
Ma tu reagisci a questo messaggio, ti ribelli perché ti senti offeso, quasi insultato… ecco le tue opere, il tuo servizio, i tuoi successi… tu metti queste “difese” di fronte alla parola che ti sferza e cerchi un riparo; cerchi un riparo anche nell’opinione che gli uomini hanno di te o nella stima della quale ti circondano. Vuoi sottrarti, sottrarti ad ogni costo alla disciplina che ti umilia e ti mortifica… Povero illuso!!
Osserva bene le tue opere: sono imperfette e incompiute; guarda con attenzione il tuo servizio: è profano e sacrilego; esamina i tuoi successi: sono insuccessi umani e terreni. Nella tua vita non c’è stata la signoria di Dio, ma il trionfo dell’io e se gli uomini ti ammirano e ti stimano è perché sono stati ingannati dalle tue false spoglie.
Che valore ha l’opinione degli uomini? Che valore ha quel che “tu dici” di te stesso? Un’opinione soltanto è giusta e determinante e quest’opinione è quella luminosa e verace di Dio.
“Tu dici”, ma “Io dico…”, sembra ripetere Iddio di fronte a te, di fronte a me, di fronte a tutti: “Io dico” e il suono di quella parola riempie e riempie l’infinito e l’eternità; l’opinione divina deciderà la nostra sorte!
Ravvediti, umiliati, confessa le tue colpe a Dio e lascia che il Salvatore entri nuovamente e potentemente nella tua vita con la Sua grazia celeste.
Roberto Bracco